|
Letteratura -
Recensioni
|
|
Scritto da Vincenzo Aiello
|
|
Sabato 14 Agosto 2010 15:01 |
Siamo a Ferragosto e l’afa stringe le sue ultime spire mentre già le meduse ed il fresco serale annunciano un settembre vicino. La Grande crisi imperversa nelle attività commerciali balneari così come nei testi – di puro consumo di tempo e di evasione – che si leggono sui solarium più o meno abusivi dell’italica costa. C’è, però, un modo per non sprecare questo tempo e per farne benzina-pensiero senza eccedere in azioni contro il nostro sacro riposo e rilassamento: leggere un classico. Qualcuno dirà: questo la sera non c’ha che fare… Lo scrivente invece ha molti film da vedere in compagnia di persone interessanti con cui dopo cenare o farsi un bicchiere. Ma per evitare che ci si stacchi troppo dalla realtà reale che è quella che preferiamo vi consiglio di rileggere “La solitudine del satiro (Adelphi; 1973)” di Ennio Flaiano scrittore che preferiamo sopratutti perché sapeva cos’era la sofferenza ma non si era incattivito, utilizzando una sana ironia surreale – su noi stessi; sulla politica; sulla cultura – che lo aveva portato in questi scritti di necessaria occasione scritti nella metà degli anni ’50 del secolo scorso e con il genere-misura dell’aforisma a capire e bene interpretare la realtà italiana e la politica dei blocchi contrapposti.
Non solo: Flaiano nei suoi foglietti volanti – veri e propri mini-reportage narrativi – fiutava con una semplice serata a teatro o con una gitarella fuoriporta lo spirito di un luogo e di un popolo. Da leggere ne “La solitudine” le pagine che dedica a Napoli ed al teatro scarpettiano. Ma le pagine migliori che emergono dal bailamme di quella “flaianite” che ha fatto più danni che altro alla figura postuma di questo grande artista sinestetico sono quelle che il nostro dedica alla scrittura di una storia che trovi alimento nella realtà vitale. Flaiano avvertiva che era il dialetto la vera lingua della commedia, della drammaticità come dell’amore e notava come solo nella realtà un corteggiamento in lingua italiana potesse non assurgere al “ridicolo della fiction”. Ma poi trarre dalla verità-realtà di vite vissute e contemporanee una storia narrativa era un esercizio che poteva portarci lontano? , o non era meglio godersi le sfaccettature della vita effettiva senza tradirle nell’opera d’arte? Infine vi preghiamo di porre l’occhio sulle pagine che Flaiano dedica alla libertà che noi troviamo rare e forse - per la nostra nazione Italia inutile e vuota – alla fine superflue.
Ennio Flaiano - La solitudine del satiro - Adelphi, 1996 - pagg. 380, € 16,00 
|