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La verità con le parole della vita PDF Stampa E-mail
Letteratura - Recensioni
Scritto da Francesco Saverio Torrese   
Mercoledì 12 Agosto 2009 17:49

Ho letto l'ultimo lavoro di Vincenzo Aiello "Il bamboccione" e non riesco ad esimermi dal formulare alcune mie considerazioni. Qualcuno si ostina a definirmi "critico letterario" ed allora ne approfitto per arrogarmi il diritto di dire la mia su quello che leggo. Intanto dico subito che detesto (e come "critico letterario" ho il pieno diritto di detestare e anzi più detesto e più mi accredito come critico), detesto dicevo, l'appellativo di racconto breve, piccolo pamphlet, novella et similia, dato al lavoro di Aiello. Queste definizioni vengono di solito usate per identificare una fatica letteraria come appartenente ad un genere che pare essere una sorta di figlio di un Dio minore dell'ars scribendi. Un lavoro ben fatto in verità deve contenere e raccontare una storia in sè compiuta, e incidenter tantum, "Il bamboccione " ce l'ha, e se l'autore ha poi impiegato venti o duecento cartelle fa qualche differenza? Anzi, senza fare alcun torto (e come potrei?) ad uno dei giganti della letteratura moderna, vi dirò che se un autore è capace di raccontare un tramonto sul mare anziché in 16 pagine, in 16 righe, o in 16 parole, portando lo stesso il lettore lì a godersi lo “stupro scarlatto del sole”, fa anche meglio. Le emozioni condensate, integre , ma quasi essiccate, renderanno il lettore ancora più interagente con il testo, e avremo tanti tramonti diversi quante sono le sensibilità dei lettori. Tornando al nostro credo che "Il bamboccione" sia specchio fedele del suo autore : colto senza essere pedante; graffiante come un libello politico senza mai però concedersi all'invettiva pura fine a se stessa; garbato ma diretto: deciso, amaro a volte, eppure ironico al confine con il divertente. Aiello racconta la verità e lo fa con le parole della vita di ogni giorno. I suoi personaggi si materializzano dalle pagine del libro e vengono a raccontarci le loro storie, le loro vite, le loro frustrazioni, le loro aspirazioni. Non è mai semplice raccontare la verità in un romanzo senza togliere al lavoro la poesia e l'ingegno letterario necessario a trasformare la cronaca in un romanzo. Non molti autori ci sono riusciti. Chi mi conosce sa che non amo le citazioni e i suggestivi rimandi letterari (ne ho sentiti troppi e spesso a sproposito) ma dico in tutta onestà intellettuale che ho sentito raccontare la vita vera, allo stesso modo, in una certa strada di Kerouac o da un adolescente Holden di Salinger. La struttura narrativa del lavoro di Aiello è solida; l'architettura del pensiero quasi classica: ma il periodare è fresco, vivace a tratti brillante. La storia in sè. Aiello racconta di un fenomeno sociale che investe una  intera generazione (i 30-40enni di oggi), che pur avendo acquisito una  compiuta capacità professionale (spesso anche sul campo) vive con il mondo del lavoro un rapporto di assoluta precarietà che determina tutta una serie di scelte di vita. Prima fra tutte quella di rimanere nel 'bozzolo' della  famiglia di origine, pur avendo coscienza d'aver sviluppato ali  potenzialmente adatte al volo libero. La condizione di "bamboccioni forzati" investe dunque una disparata congerie di interazioni sociali di portata ben più ampia di quella prettamente economica. Credo che con il suo libro Aiello abbia voluto darci una precisa, ma anche delicata e finanche romantica fotografia di questa diffusa condizione sociale così trascurata e sottostimata dall'informazione e dalla letteratura. E ci è riuscito. Perfettamente.

Francesco Saverio Torrese

 

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