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Cosa mai possa sradicare dalle tenaci necessità sociali o di sopravvivenza un giovane della provincia napoletana, in preda alla disperazione per il continuo sbandare della disoccupazione, è veramente un interrogativo al quale difficilmente può rispondere lo stesso io narrante. Velocemente si accavallano brevi scene che i fannulloni, figli di una comunità senza speranze, vivono tra una birra, una cicca di sigaretta, una partita a calcetto, nel tentativo di una satira che distrugge e accattiva il quotidiano , per una realtà che accampa il corpo e la mente, per le sue debolezze, le sue abitudini bislacche, il suo gioco crudele plagiato dal destino. “Allora ti alzi di buon mattino e, gambe in spalla, colloqui, ricerche, preghiere et similia, prima o poi troverai qualcosa. Ma , Mario, gli aveva detto un suo amico scrittore, quando c’è la necessità, la morale va a farsi benedire: non avevi quel cugino di tuo padre vescovo da qualche parte nel casertano?”. Una fervida fantasia sempre in corsa apre spazi e figure mollemente animate, nello slancio di attimi e ritmi scanditi, illuminati dalle sorprese e da improvvise rincorse di freschezze e fremiti. Antonio Spagnuolo
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